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A MILANO LA PRIMA BIENNALE DELL’ACCOGLIENZA

5 minuti di lettura

Dal 31 ottobre al 16 novembre si è tenuta a Milano la prima Biennale dell’Accoglienza: un’iniziativa, nata all’interno del Forum delle Associazioni Familiari in collaborazione con sette partner tra cui Associazione Cometa, per raccontare attraverso diverse forme artistiche l’esperienza e la bellezza dell’accoglienza adottiva e affidataria.

All’interno della Biennale si sono svolti dei momenti di lavoro e di confronto tra i rappresentati delle istituzioni e delle associazioni e gli operatori, sui temi dell’accoglienza.

Riproponiamo l’intervento di Alessandro Mele che insieme a Pasquale Adesso è intervenuto per Cometa:

“Quest’anno celebriamo quarant’anni dalla legge che ha dato una forma giuridica all’affido familiare. Ma oggi non vogliamo fare una cronaca di norme: vorrei provare, insieme, a tornare al cuore dell’affido e a capire perché, nonostante sia proclamato una priorità, spesso sembra così difficile praticarlo.

Partiamo da un dato semplice: l’affido nasce prima della legge. Nasce nelle case contadine e artigiane, nelle reti di vicinato, nel gesto antico del baliatico: quando una famiglia apriva la porta per necessità, per carità, per giustizia. Era un fatto socialmente riconosciuto: un bene per tutti. La legge del 1983 non inventa l’affido; lo riconosce, gli dà cornici e tutele.

Che cosa è cambiato in questi quarant’anni? È cambiato il contesto. Siamo passati da una società dove l’accoglienza di un figlio altrui era esperienza “naturale”, a un tempo segnato dall’inverno demografico e da una cultura del sospetto. Oggi una famiglia che si offre per l’affido non è applaudita d’istinto: è interrogata. “Perché lo fanno? Che cosa ci guadagnano? Compensano una mancanza? C’è qualcuno che lucra?”. L’atto gratuito, anziché essere riconosciuto e sostenuto, viene circondato da diffidenza.

La conseguenza è quasi automatica: più sospetto, più richiesta di giuridicità. L’accoglienza – che per sua natura è elastica, imprevedibile, fatta di persone e di tempi non standardizzabili – viene trattata come un procedimento da regolare in ogni dettaglio. Nascono registri, protocolli, check-list, monitoraggi, verifiche incrociate. Non per cattiveria, ma per paura. Eppure, l’affido non è un algoritmo: è un cammino di relazioni.

Qui sta il paradosso: a parole diciamo “prima la famiglia”, “l’affido è prioritario”; nei fatti costruiamo recinti di regole che, pezzo dopo pezzo, rendono quasi impossibile entrare. La tecnica normativa, pensata per proteggere, finisce per irrigidirsi. Le clausole “flessibili”, nate per adattarsi al caso concreto, diventano griglie di valutazione fisse. E il baricentro si sposta: invece di guardare la realtà e il bisogno, guardiamo la regolazione. Ci chiediamo meno “che cosa serve a questo bambino, a questa madre, a questa famiglia?” e più “che cosa prevede il modulo 7 bis?”.

C’è poi un secondo rischio: quello di professionalizzare la gratuità. Sia chiaro: la qualità e la formazione sono importanti, e nessuno auspica leggerezza. Ma quando trattiamo la famiglia affidataria come un operatore economico, quando pensiamo l’accoglienza come una “prestazione”, smarriamo l’origine stessa dell’esperienza. La famiglia non è un servizio, è una relazione. E il bambino non è un “caso”, è un volto.

Qualcuno obietterà: “Ma la società è cambiata, le famiglie sono cambiate, i confini sono più fluidi. Dobbiamo vigilare”. È vero: la mappa familiare oggi è plurale e complessa, e le domande sul “miglior interesse del minore” sono diventate più esigenti. Proprio per questo serve un doppio sguardo: rigore dove serve – per evitare abusi, improvvisazioni, derive – e libertà là dove la vita chiede adattamento. Non si tratta di abolire le regole, ma di impedire che le regole aboliscano l’affido.

Allora come ripartire? Proponiamo quattro passaggi, semplici e concreti.

Primo: rianimare la cultura dell’accoglienza. Le famiglie non nascono affidatarie perché hanno letto un bando, ma perché hanno incontrato una storia. Serve una narrazione nuova e vera dell’affido, che mostri la fatica e la bellezza, senza edulcorare e senza criminalizzare. Scuole, parrocchie, associazioni, media locali: facciamo circolare testimonianze vive. Facciamo vedere che l’affido è possibile, che non si è soli, che si può essere accompagnati.

Secondo: passare dallo standard al bisogno. Gli standard minimi servono; i massimali rigidi ingessano. Ogni affido ha tempi, intensità e configurazioni diverse. Diamo fiducia a chi, sul territorio, conosce i bambini e le famiglie. Una regola buona è quella che lascia spazio al giudizio professionale e al discernimento della comunità educante, senza trasformare ogni eccezione in eccezione burocratica.

Terzo: semplificare il controllo, rafforzare l’accompagnamento. Controllare non è accompagnare. I monitoraggi servono, ma non devono rubare tempo alla presenza. Mettiamo più energie nell’affiancare le famiglie – affidatarie e d’origine – con figure stabili, reperibili, capaci di tenere i fili quando la trama si sfilaccia. Una telefonata in più, un incontro in casa, un gruppo di pari: spesso evitano crisi che nessun verbale può prevenire.

Quarto: rimettere la famiglia al centro come “società naturale”. La famiglia – qualunque sia la sua storia – è il primo luogo di legami per il bambino. L’obiettivo dell’affido non è sostituirla, ma custodire il minore e, quando possibile, riannodare i fili con la sua famiglia d’origine. Questo chiede umiltà e pazienza: tenere insieme protezione e ricongiunzione, senza ideologie, caso per caso.

C’è una domanda, però, che non possiamo eludere: perché una famiglia dice sì? Non per eroismo. Dice sì perché ha fatto esperienza che la vita ricevuta si moltiplica solo se donata. Dice sì perché qualcuno l’ha guardata e le ha detto: “Puoi farcela, e noi ci siamo”. Dice sì perché ha visto un bisogno concreto e ha capito che quel bisogno la riguardava. Se perdiamo questa sorgente, possiamo moltiplicare i regolamenti, ma resteranno cattedrali nel deserto.

Vorrei allora concludere con un’immagine. L’affido somiglia a un ponte di legno su un fiume che cambia: serve manutenzione, certo; servono parapetti e segnali; ma soprattutto servono persone che lo attraversino, ogni giorno, con passo umano. Se ci convinciamo che, per sicurezza, è meglio non far passare nessuno, il ponte sarà perfetto… e inutile. Se invece accettiamo che il ponte scricchioli un po’, che vada curato e aggiustato mentre lo usiamo, allora potremo continuare a passare da una riva all’altra: dal bisogno alla risposta, dalla solitudine alla compagnia, dalla paura alla fiducia.

Quarant’anni fa la legge ha messo targhe e indicazioni a quel ponte. Oggi tocca a noi tenerlo vivo: amministratori, magistrati, servizi, associazioni, famiglie. Non chiediamo alla norma di salvarci: chiediamo alla realtà di guidarci. Ripartiamo dalle storie, dalla gratuità, dalla responsabilità concreta. Così l’affido tornerà a essere ciò che è sempre stato: non un’eccezione virtuosa, ma una possibilità ordinaria di bene, alla portata di una comunità che non si rassegna a lasciare indietro i suoi figli.

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